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La sorpresa riuscì invece a dei pirati triestini che, con un'improvvisa incursione, colsero nel sonno la città, la posero a sacco e la diedero alle fiamme (1283).
Caorle fu di nuovo incendiata e saccheggiata, in due riprese, dai genovesi (aprile e giugno 1379) durante quella guerra fra Venezia e Genova, poi detta Guerra di Chioggia (1379-1381). Infine le appiccò fuoco, dopo averla predata, Simone de' Gavardi, castellano di San Stino, nel corso di un ennesimo conflitto fra i veneziani e il patriarcato di Aquileia (1387).
Caorle si risollevò sempre, ma non potè alla fine opporsi ad un piú subdolo nemico che ne ordì il declino: col XV secolo le sue lagune cominciarono ad essere colpite dall'impaludamento a causa delle ricorrenti torbide del Livenza. A sua volta il progredire dell'ambiente palustre rese insalubre il paese a causa della malaria. Ne conseguì il trasferimento a Venezia di molte fra le famiglie piú abbienti e persino un lungo semiabbandono del clero per la riluttanza di alcuni vescovi all'abitarvi.
Tuttavia alla fine del XVII secolo sfiorava ancora le 4000 anime; cifra elevata considerando l'imperversare della malaria e il succedersi di pestilenze: vedasi quella drammatica del 1630-31 che, per la concomitanza con una feroce carestia, portò alla tomba oltre il 50% della popolazione. Altre pestilenze e un'economia povera (basata sui magri proventi della pesca ed una stentata agricoltura) ridussero ulteriormente la popolazione, ridottasi nel 1766, alla vigila della fine della Serenissima, ad appena 992 abitanti,
Il napoleonico Regno d'Italia (1806-1815) portò l'ereziQne di Caorle a Comune. In quell'occasione però si ebbe pure la riduzione del territorio, in quanto si elevò a comune la Gastaldia di Torre di Mosto e fu staccata la località di La Salute di Livenza assegnandola al comune di San Stino di Livenza. Il periodo segnò inoltre la fine della dignità episcopale poiché nel 1807 un decreto imperiale soppresse la sede vescovile, aggregando il paese al Patriarcato di Venezia; abrogazione a aggregazione poi ratificate dal pontefice Pio VII con la bolla «De salute Dominici gregis» (1819).
Il primo accenno di ripresa si ebbe durante il Regno Lombardo-Veneto (1816-1866) con la nascita del Consorzio Peschereccio (1854) poiché quell'organismo unendo i pescatori, coordinandone l'attività, gestendo unitariamente l'acquisto delle attrezzature e la vendita del pescato, riuscì a migliorare le sorti del settore. Dopo l'unità d'Italia (1867) piú adeguati metodi di conduzione fondiaria contribuirono a rendere meno asfittica l'economia mentre la promulgazione di leggi, che resero piú accessibile l'acquisto del chinino, solo farmaco valido contro la malaria, mitigò le infelici condizioni ambientali; così crebbero gli abitanti: 3546 nel 1901 contro i 2176 del 1862. La guerra 1915/18 e ancor piú l'invasione aust riaca, seguita nell'autunno del 1917 alla rotta di Caporetto, annullarono ogni progresso.
Molti caorlotti, raggiunta Venezia via mare, si sottrassero all'invasione, incontrando però grosse difficoltà durante il profugato che li disperse per lo piú nel meridione d'Italia. Misera fu la sorte di coloro che avevano preferito restare in paese: soli, senza medicinali, subiron la fame essendo requisita ogni scorta e vietata la pesca.
Nel '19, alla fine della bufera, le condizioni di Caorle erano disastrose: arse o affondate le barche, distrutti il municipio, le scuole, il consorzio peschereccio e alcune case, mentre parecchie altre risultavano lesionate e la maggioranza svuotata dei mobili, delle suppellettili e delle attrezzature per la pesca.
Pareva dovesse essere il preludio della fine e invece fu l'inizio di un' incredibile trasformazione: poco alla volta, per il tenace impegno dei caorlotti, la vita prese a fluire normalmente mentre la vigorosa ripresa dei lavori di bonifica cambiava volto all'ambiente mutando desolate paludi in rigogliose campagne. Fu un'opera ciclopica: vennero scavati canali e alzati argini per inalveare le acque; si prosciugarono gli enormi acquitrini melmosi, fu assicurato lo sgrondo delle acque piovane con una fitta rete di canali convergenti nelle grandi idrovore e solo allora si dissodarono, appoderarono e misero a coltura le terre redente. Fu una vera metamorfosi del paesaggio che oggi appare quasi incredibile percorrendo le piatte campagne dalle immense distese a mais, alternate da opulenti frutteti.
L'insediamento sparso dovuto all'appoderamento creò grossi problemi date le distanze e le carenze della viabilità; motivi che nel 1929 consigliarono la cessione al comune di San Michele al Tagliamento di circa 5000 ettari compresi nelle località di Pradis, Pratinovi, Baseleghe e Pineda (ora Bibione).
Lo sviluppo agricolo fece pure rifiorire antichi borghi di pescatori posti un tempo sulle isole piú interne della laguna ed in seguito degradatisi in disagiate comunità agricole, isolate quasi come oasi in un immenso, informe pantano. Rinacquero così: Ottava Presa, Castello di Brussa, San Gaetano, Ca' Cottoni, Ca' Corniani e San Giorgio di Livenza, quest'ultimo specialmente oggetto di un rigoglioso sviluppo che lo ha portato a divenire un importante centro cerealicolo di oltre 2500 abitanti.
Avviato un poderoso sviluppo agricolo e scongiurato per sempre lo spettro della malaria, già s'intravedeva un miglior futuro quando la bufera della Il Guerra Mondiale si abbatté sul paese.
Nel 1943 il timore di sbarchi angloamericani fece piazzare batterie e minare le acque, azzerando la pesca. Le incursioni aeree furono perciò frequenti e due particolarmente dolorose: una causò 12 morti e l'altra colpì la cattedrale uccidendo tre persone e ferendone una cinquantina fra quanti vi avevano cercato rifugio.
Il dicembre del '43 segnò un momento tragico: il comando tedesco impose lo sgombero dell'intero comune, entro 15 giorni, e il trasferimento degli abitanti nel Vicentino, intendendo far saltare la diga foranea e allagare il territorio per una profondità di 15 chilometri. Il 2 gennaio 1944 l'intera popolazione si recò alla Madonna dell'Angelo per implorare il suo celeste aiuto e formulare il solenne voto di restaurare quel Santuario. Poco dopo, quando ormai ogni speranza si era dileguata, giunse la revoca dell'ordine di sgombero.
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